Don Lorenzo Milani reading in the company of some teenagers. Italy, 1960s (Photo by Mondadori via Getty Images)

Il 2022 si prefigura come un anno “cerniera” tra due anniversari importanti: la nascita di Paolo Freire e quella di don Lorenzo Milani. Il primo nasce a Recife, città situata nel Nordeste brasiliano, capitale dello Stato del Pernambuco – il 19 settembre del 1921, l’altro a Firenze il 27 maggio 1923. Personaggi diversi per il contesto geografico e sociale nel quale matura la loro esperienza, ma entrambi spesso associati (ma le classificazioni non rendono sempre giustizia) ai descolarizzatori e dalla scuola della pedagogia personalista (in realtà si tratta di sicuro di due grandi innovatori).  In questo anno cerniera è possibile sin d’ora intravedere in prima battuta il valore che entrambi danno alla parola e al suo possesso.

La parola e la politica

Il prof. Piergiorgio Reggio individua tre temi emergenti da quelle esperienze (Barbiana per don Milani, Angicos per Freire): il valore della parola, la dimensione politica dell’educazione e la dignità delle culture. Ci soffermiamo, in prima istanza, sui primi due.

Scrive Reggio: “Possedere ed utilizzare la parola erano per don Milani addirittura sinonimi di umanità, così come – al contrario – egli non considerava umano chi non conosce ed utilizza la parola. Insegnare e dare la parola è, quindi, compito primario dell’educazione. Si intende qui una parola non ridotta a semplice strumento comunicativo, peraltro evidentemente essenziale, ma – come sostiene Freire – in quanto forma del rapporto tra soggetto e mondo”.[1] Come dire:  “Le parole pronunciate compongono l’universo semantico di una persona, di un gruppo sociale, di una comunità ed esprimono il rapporto che essi stabiliscono con il mondo. La parola posseduta, appresa ed utilizzata, permette la lettura del mondo e la sua trasformazione”. [2]

Nei due personaggi, poi, si rileva  “tanto in don Milani quanto in Freire (in particolare, in quest’ultimo nella prima fase del suo pensiero), fosse presente una fiducia esplicita nel nesso causale tra conoscenza e giustizia sociale”.[3]

Insomma,  per essere cittadini consapevoli dei propri diritti e coscienti dei propri doveri, occorre possedere la parola”.Ogni parola che conoscete in più – diceva don Milani ai ragazzi di Barbiana – è un calcio in meno che riceverete nella vita”. Era la parola che poteva, che può, incidere sulle proprie condizioni esistenziali.

Inoltre, seguendo la riflessione del prof. Reggio, in entrambi “ritroviamo, però, una consapevolezza evidente circa un aspetto rilevante dell’agire educativo. In entrambi si incontra, infatti, l’importanza attribuita alla politica come dimensione essenziale dell’educazione. La scuola di Barbiana ha evidenziato con chiarezza le cause strutturali e politiche del fenomeno dell’insuccesso scolastico; la pedagogia degli oppressi freiriana si fonda su un’analisi politica dei rapporti di potere e di dominio sottesi ad ogni processo di costruzione della conoscenza”.[4]

Infine, “A Barbiana viene superata, con spirito vivacemente polemico, ogni gerarchia di valore tra culture differenti (urbane, del mondo contadino e della montagna…). Viene espressa una critica radicale nei confronti della cultura libresca, intellettualistica e senza riferimenti alla realtà concreta. Il sapere che viene dalla vita concreta è cultura a pieno titolo e ad esso vanno riconosciuti, innanzitutto in ambito scolastico, dignità e valore. Analogamente nella proposta pedagogica di Freire ritroviamo la valorizzazione del sapere basato sull’esperienza e la necessità di intraprendere percorsi di sviluppo della coscienza critica a partire proprio dal riconoscimento della cultura di cui ciascuno – individuo e gruppo sociale – è portatore”.[5]

Ed allora, l’anno cerniera  potrebbe servire e servirà a rileggere quelle esperienze, rimettendo al centro della pratica educativa il valore della parola e l’essenzialità del valore politico dell’educazione, come possibilità di trasformare una società, peraltro, attesa da sfide importanti che incidono sul processo educativo (ad es. la globalizzazione) ulteriormente segnato dal grave fenomeno della pandemia.

Le pagine che seguono delineano, in questa prima fase, alcuni tratti biografici di don Lorenzo Milani. Successivamente inquadreranno la figura dell’autore della Pedagogia degli oppressi.

Lorenzo Milani (1923-1967): cenni storico – biografici

Lorenzo Milani Comparetti nacque a Firenze il 27 maggio 1923. Il cognome Comparetti è uno dei più prestigiosi a Firenze. Proveniva da una famiglia borghese di elevato status culturale. Il suo bisnonno, Domenico Comparetti, fu nel XIX secolo un famoso filologo. Suo nonno, Luigi, un eccellente archeologo, sua madre, Alice Weiss, una sofisticata signora ebrea e Albano, suo padre professore universitario di chimica. Lorenzo, quindi era immerso in un capitale culturale marcatamente borghese che di sicuro avrà avuto nella sua visione pedagogica un ruolo particolare nel privilegiare alcune classi sociali. La sua famiglia abitava in una grande città in modo residenziale, era servita da domestiche, un cuoco, un tutor per i ragazzi, un autista. La famiglia cambiava residenza secondo la stagione: possedeva un piccolo palazzo a Firenze, una villa in campagna a Gigliola e una vicina al mare a Castiglioncello.

Lorenzo viveva in una famiglia agnostica e a causa della conquista del potere da parte del fascismo e dei sentimenti antisemitici in auge, i genitori si risposarono con il rito della Chiesa cattolica e battezzarono i loro figli. Per la crisi economica del 1920 la famiglia Milani si spostò a Milano nel 1930 (vi rimase fino al 1942) dove Albano intraprese un lavoro aziendale. A Milano Lorenzo frequentò il liceo classico Berchet. Vi era, per Lorenzo, un curriculum caratterizzato da nozionismo insignificante e di retorica fascista, con continui riferimenti alla “Gloria della patria”. Era una nozione di storia che don Lorenzo ripudiò (si pensi alla controversia contro l’arruolamento militare). Quindi studiò all’Accademia delle Belle Arti di Brera e nel 1943 la famiglia tornò a Firenze dove Lorenzo sviluppò un notevole interesse per l’arte religiosa che gli permise di approfondire la sua conoscenza circa la rappresentazione di dipinti e catturare il significato iconografico.  Nel 1937 aveva ricevuto la prima comunione. Nel giugno del ’43 ricevette la cresima dal Cardinale Elia Dalla Costa e pochi mesi dopo, a venti anni, entrò in seminario[6].

La sua vicenda pastorale iniziò ufficialmente nell’ottobre del 1947 quando il cardinale Della Costa lo inviò a San Donato di Calenzano. Alla morte del vecchio parroco, piuttosto che succedergli, venne inviato il 5 Dicembre del 1954 a Barbiana, nel Mugello per la sua «condotta di aperta critica nei confronti della Dc e la sua linea pastorale per certi versi più avanzata di quella conciliare in un periodo ancora pre-conciliare>>.[7] Nel 1958 diede alle stampe  Esperienze Pastorali, maturate nell’ambiente di S. Donato. L’opera fu ritirata dal commercio il 18 dicembre del 1958 con decreto del Santo Uffizio. Ovviamente sulle motivazioni occorre rimandare ad ulteriori approfondimenti. Nel 1965 rispose ad alcuni cappellani militari che avevano definito “espressione di viltà” l’obiezione di coscienza ed estranea al comandamento cristiano dell’amore.  La risposta di don Milani provocò tantissime polemiche e il rinvio a giudizio per “apologia di reato”. Impedito nel recarsi a Roma per l’avanzare della malattia, inviò una straordinaria Lettera ai giudici.

Ultimo capolavoro, scritto insieme ai suoi ragazzi, fu Lettera a una professoressa, un testo appassionato della contestazione ali contenuti e alle strutture dea scuola del tempo.

Mori lunedì 26 giugno 1967.

Nel testamento per i suoi ragazzi scrisse. «Ho voluto  più bene a voi che a Dio ma ho la speranza  che lui non stia attento a queste sottigliezze  e abbia scritto tutto al suo conto»[8].

Da Calenzano a Barbiana: il percorso di un uomo e di un’idea

Si tratta di due esperienze pastorali ed educative diverse ed in continuità sostanziale. A San Donato di Calenzano presto «Si pose allora un problema molto semplice: come avrebbe potuto portare la parola di Dio alla sua gente se quella gente non aveva neanche i mezzi per capire la parola di Dio. (…) Prima del Vangelo doveva porgere al suo popolo la possibilità di un elevazione sociale e civile».[9] «Da qui le motivazioni profonde e le basi per iniziare l’esperienza educativa, mai interrotta, per offrire ai ragazzi ma anche agli adulti quei codici di comprensione in grado di renderli cittadini al pari degli altri. Nasce da questo motivo forte, diremmo dominante, la generosa attività di educatore di Lorenzo».[10]

Per la verità anche in un invito ai ragazzi di cui parla il suo amico G.P. Meucci si evidenzia cosa dovesse essere questa scuola: «A volte una legge o una sentenza ti sono parse giuste. Mille volte hai sentito nominare il codice in tribunale, il giudice e l’avvocato, l’istruttoria e il processo, la parte civile e la difesa ecc., ma forse non sapresti dire esattamente cosa rappresentano questi nomi. Ancora una volta ti invito ad istruirti. E se io prete mi interesso della tua istruzione non è per farti della propaganda, ma perché ho la certezza che allargando la tua mente a qualsiasi cosa bella, vera e buona farò cosa grata al tuo Dio, che te l’ha data per questo…».[11] In alcune occasioni nel suo Esperienze Pastorali don Lorenzo puntò il dito sulla questione veramente centrale e cioè su cosa occorre per diventare uomini annunciando in questo modo la capacità trasformativa ed evolutiva della cultura e dell’insegnamento nella vicenda di ogni uomo e della società: «come si può diventare uomini? La risposta prende forma nella scuola popolare, pupilla dell’occhio destro, ottavo sacramento, secondo le immagini coniate dal priore.

I concorrenti degli educatori a quel tempo si chiamavano televisione, cinema, ballo, biliardo, gioco, bar, sport sparute quasi insignificanti avanguardie di quello che sarebbe venuto dopo. Al nuovo prete furono sufficienti pochi mesi per battere in un colpo solo tutti gli avversari».[12] Appare, dunque, centrale il valore dell’ istruzione nell’azione di don Milani a San Donato. La strategia per evangelizzare si sarebbe trovata successivamente. «(…) con la scuola non li potrò far cristiani, ma li potrò far uomini; a uomini potrò spiegare la dottrina e su 100 potranno rifiutare in 100 in 100 la Grazia o aprirsi tutti e 100, oppure alcuni rifiutarsi ed altri aprirsi. Dio non mi chiederà ragione del numero di salvati del mio popolo, ma del numero degli evangelizzati. Mi ha affidato un Libro, una Parola, mi ha mandato a predicare ed io non me la sento di dirgli che ho predicato quando so con certezza che per ora non ho predicato ma ho solo lanciato parole indecifrabili contro muri impenetrabili, parole di cui sapevo che non sarebbero arrivate e che non potevano arrivare».[13] E’ evidente, – ormai – che il tema centrale è il possesso e la comprensione della parola e che essa, solo essa, può indurre ad una vera e propria trasformazione della società. La scuola popolare di S. Donato era caratterizzata dalle conferenze del venerdì, quando si tenevano incontri aperti al pubblico con relatori che giungevano da fuori e con i quali si affron­tavano gli argomenti più vari. Era un aprirsi al mondo, uno spazio di approfondimento, di confronto e di scambio. Antecedentemente vi era la raccolta di documenti, lo stu­dio delle diverse sfaccettature del problema che si sarebbe affrontato e la formulazione delle domande per relatore. Un venerdì ci viene raccontato nei termini che seguono da Ettore Bernabei, direttore del Giornale del Mattino, dopo essere stato invitato, come relatore ad una conferenza del­la scuola popolare: «Vicino a Prato operai e contadini, alcuni ancora con i calzoni corti, si riuniscono intorno ad un giovane sacerdote per studiare quello che la scuola non ha insegnato loro. Chiedono a qualche professionista, magi­strato, giornalista, di andare a spiegare loro il funzionamento delle leggi, dei contratti di lavoro, un problema di igiene o di medicina elementare. Quindici giorni prima che il relatore arrivi tra loro, cominciano a “studia­re” l’argomento con i mezzi che hanno a disposizione; si documentano innanzi tutto su quanto in concreto accade nel loro mondo, raccolgono dati sintetici su queste esperienze, formulano una serie di domande precise e in previsione di risposte insoddisfacenti preparano anche le repliche e le obiezioni»[14].

«Un’altra attività fondamentale della scuola popolare era la lettura del quotidiano. Don Lorenzo insegnava ai ragazzi a comprendere il contenuto dei giornali, il significato delle parole; smascherava le incongruenze dell’informazione gestita per fini ideologici; cercava di far nascere nei suoi uditori quel senso cri­tico che li avrebbe fatti diventare «cittadini sovrani» a pieno titolo. Ma leggere il giornale, oltre a sviluppare un forte senso critico, doveva permettere di prendere confidenza con la paro­la, strumento indispensabile di emancipazione. La padronanza del linguaggio è necessaria perché ogni persona si possa aprire ad “interessi degni di un uomo”, perché si possa creare un lin­guaggio comune tra il prete e il suo popolo, perché il povero possa colmare il divario che lo separa dal “partito dei laureati”. Possedere la parola significa avere la possibilità di esprimersi, di comunicare con gli altri, ma significa anche entrare in dialogo con lo stesso Verbo, diventa condizione essenziale per penetrare il reale nel suo significato più reconditi».[15]


[1] https://paulofreire.it/2021/11/07/barbiana-e-angicos-messaggi-per-il-futuro/

[2] Ivi

[3] Ivi

[4] https://paulofreire.it/2021/11/07/barbiana-e-angicos-messaggi-per-il-futuro/

[5] IVI

[6] Cfr. Borg C., Mayo P., Pedagogia critica e cittadinanza: Lorenzio Milani e la scuola di Barbiana, in Abbate G. (a cura di), Don Milani tra scuola e impegno civile, Luciano Editore, Napoli, 2008, p. 36 ss.

[7] Lancisi M., La scuola di don Lorenzo Milani, Una lezione per i genitori, gli insegnanti e gli studenti, Edizioni Polistampa Firenze, Firenze, 1997, p. 17.

[8] Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana (a cura di Michele Gesualdi), Mondadori, Milano 1970.

[9] Cappellini C., un viaggio lungo un mondo, racconto sulla vita e sulle opere di Lorenzo Milani, Sette giorni Editore, Pistoia 2011, pag.19

[10] Abbate G., Alla scuola di don Milani, Orientamenti e prospettive pedagogiche, Editrice Gaia, Angri, 2016, pag.23

[11] Cfr. Meucci G.P., La storia interiore della sua scuola, in «testimonianze», Cento Slash 1999, pp.847-855

[12] Affinati E., L’uomo del futuro, Mondadori, Milano 2016, pag.112

[13] Milani L., Esperienze Pastorali, LEF, Firenze, 1958, pp.200-201

[14] Barnabei E., I giovani stanno a guardare, “Il Giornale del mattino, 22 luglio 1950

[15]  Simeone D., Il segreto pedagogico di Barbiana, in D. Sani, D. Simeone, Don Lorenzo Milani e la scuola della parola, EUM-Edizioni Università di Macerata, Macerata, 2011, 190-191